Don’t Call Me Fashion Blogger e un anno di me

Grazie a Don’t Call Me Fashion Blogger ho visto tanto e ancora oggi mi sorprendo, incanto, mi emoziono e capisco. capisco che, no, non sono soltanto ostriche e champagne. E che, sì, dietro un prodotto c’è sempre l’essere umano.

Don’t Call Me Fashion Blogger e la mia avventura di un anno!

E chi l’avrebbe detto, ormai un anno fa, che avrei collaborato con un blog di moda, moda!, frizzante, vivo, attuale, (auto)ironico, moderno, glamour come Don’t Call Me Fashion Blogger? No, così non rendo bene l’idea, la domanda va riformulata: e chi l’avrebbe mai detto, ormai un anno fa, che un blog di moda frizzante, vivo, attuale, (auto)ironico, moderno, glamour come Don’t Call Me Fashion Blogger mi avrebbe permesso di collaborare? A me che fino a un anno fa non sapevo neanche come si scrivesse glamour, figuriamoci cosa significasse. A me che seguo la moda con la stessa tempestività, e prestanza, con la quale la tartaruga segue la gazzella. A me che indosso la moda non per brand ma per istinto. Spesso suicida. A me che i brand proprio non li conosco, certo non li riconosco, figurarsi se li distinguo. A me che sono sempre stata convinta dovesse essere il D&G di turno, o il Gucci o l’Armani o il vattelappesca, a pagare chiunque indossasse la sua maglietta con la gigantografia del suo logo avanti, dietro, sulle maniche e magari sui polsini. Questa è pubblicità e la pubblicità ha un costo, chi ha invertito i santi principi del sacro graal del mercato? E chi ha ancora il fegato di pensare ci sia una logica in questo mondo se proprio a me, pennivendola da corte e da osteria, Don’t Call Me Fashion Blogger ha aperto le sue porte e mi ha steso davanti un tappeto di sorrisi e cortesia ben teso verso il luccicante reame del glamour? Ed io il mio di fegato, che credevo fermamente il mondo patinato mi avrebbe ridotto a patè, com’è che ce l’ho ancora integro, in salute e perfettamente funzionante? Ero convinta, e il cielo mi grazi per tutti ed ognuno dei miei pregiudizi, me lo sarei giocato tra finzioni, falsità, manierismi e leziosità, leziosamente, io!, schierata con l’Essere contro l’Apparire. Ed invece alla luce dei fatti i fatti sono tutt’altro dai pregiudizi. E l’apparire non è necessariamente non essere.

Grazie a  Don’t Call Me Fashion Blogger che mi ha illuminato a giorno la trincea del pregiudizio dietro la quale mi ero barricata e mi ha consentito di scendere in campo a toccare con mano, giocando la mia partita. Giocando. E così, dietro l’esuberante eleganza della collezione Luisa Spagnoli ho visto l’eleganza di Nicoletta e, dentro, la traccia indelebile di quella della bisnonna, l’eleganza dell’essere donna ed esserlo nella pienezza, e fierezza, della femminile forza, dolcezza, della sua fermezza e del vezzo della frivolezza, del suo più atavico romanticismo smorzato nei toni e modernizzato nei colori e in ogni piega, negli accessori. Tra gli sgargianti colori dei capi marcati Haiti ho visto brillare l’ostinata fiducia di Stella Jean nella ripresa del suo popolo, la fiducia del suo cuore. E la sua perseveranza. Ipnotizzata dal verde brillante dei suoi occhi e dal suo incredibile sorriso, sono riuscita a tirare fuori Katherine Kelly Lang da Brooke Logan e dalla tv sintonizzata su Los Angeles da decenni e a trovare la donna, l’amica. E a riconoscere in lei la vitalità, l’energia, il calore, la sensualità, la forza, la praticità, tutto quello che è lei e siamo tutte noi, libertà e femminilità. Ho visto sfilare emozioni, doni, promesse indosso alle spose che vestivano Alberta Ferretti, ho visto sfilare il sogno. Mi sono immersa nell’eleganza di ambienti ed abiti quasi surreali, dentro l’eccentricità nell’arte e per il genio, ed ho visto bicchieri ricolmi di grazia e cortesia sfilare tra volti noti che nel dramma o con comicità hanno fatto e fanno la storia (del Cinema) d’Italia. Ho visto lo splendido scenario dell’Accademia L’Orèal di Roma ospitare la gentilezza, l’arte, il genio, l’ho vista aprire le proprie porte a parrucchieri, stilisti, artisti. Al Ministro dell’Istruzione e ai giovani. Al nostro futuro. Ho visto piccoli cuori dentro il grande cuore di Roma, cuori capaci di fermare il tempo e di riportarlo indietro, al secolo scorso e ai suoi vezzi, nastri e fiocchi, intrecciato a figli di perle e trine, sotto il lezioso cappellino della vita. Ed ho visto il tempo lanciato in avanti, nella speranza che non ha i toni spenti dell’utopia. Grazie a Don’t Call Me Fashion Blogger ho visto tanto e ancora oggi mi sorprendo, incanto, mi emoziono e capisco. Capisco che, no, non sono soltanto ostriche e champagne, che, sì, dietro la patina del pregiudizio c’è un mondo intero, un mondo vivo e vitale che con i fatti e la bellezza, con l’eleganza e l’eccentricità, con la grazia e con immensa vitalità ogni giorno mischia il futuro al presente. Per cambiarlo. Ed ho visto che dietro un prodotto c’è sempre l’essere umano. Ed è su di lui che, con i nuovi e vecchi giovani, grazie al cielo ho visto ogni volta puntare. E vincere.

Alessandra

 

One year with Don’t Call Me Fashion Blogger !

Thanks to Don’t Call Me Fashion Blogger I saw so many new things that  still surprise me today, charming me, I got excited and I understand. I understand that, no, they are not only oysters and champagne. And, yes, behind a product there is always the human being.

I have met with many interesting celebs and learned a lot about fashion, yes this year was magic!

 

Alessandra

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